La (triste) verità sul taglio dei parlamentari

Il referendum sul taglio dei parlamentari è un argomento di cui si è parlato veramente poco e, mai in modo critico e oggettivo. Forse sarà per l’enorme – secondo i sondaggi – voto a favore da parte dei cittadini per la riforma, o forse perché in questo momento l’attenzione è concentrata sul coronavirus? Sta di fatto che, senza un’adeguata argomentazione, su quale principio votiamo sì o no? Il seguente articolo cerca di fare chiarezza sulla vicenda, argomentando nel modo più oggettivo possibile. Ricordiamoci che, prima di essere elettori, siamo cittadini: votiamo per un obiettivo comune (in teoria).

Prima di capire i cosiddetti pro e contro, voglio partire dall’inzio: dal perché oggi ci troviamo qui. Il referendum costituzionale viene fatto per revisionare la Costituzione e, si sviluppa in questo modo: una prima deliberazione a maggioranza relativa da parte delle Camere (basta che i sì superino i no), ed una seconda ad intervallo non minore di tre mesi che può svilupparsi in due modi: o a maggioranza  assoluta (la metà più uno dei parlamentari deve essere favorevole), e in questo caso 1/5 dei membri di una delle due camere possono richiedere il referendum popolare – e così è stato -; oppure a maggioranza dei 2/3, e in questo caso non ci sarebbe nemmeno bisogno dell’approvazione dei cittadini.

Perfetto, tutto chiaro fin qui, ora andiamo a capire com’è partita la vicenda: la proposta è arrivata dal Movimento 5 stelle; la prima deliberazione è stata approvata dalla sua maggioranza, dalla Lega e da Fratelli d’Italia. Il PD e Italia Viva inizialmente avevano votato NO. Cos’è successo successivamente? Dopo la crisi di Governo (Conte bis) di agosto 2019, Zingaretti e Renzi si sono rimangiati la loro posizione contraria alla riforma, pur di avviare e mantenere l’alleanza di governo tra M5s e centrosinistra.

Facciamo un respiro. È inconcepibile trattare la Costituzione italiana come merce di scambio per garantire la “stabilità” di un governo e impedire nuove elezioni (ma soprattutto non perdere voti). Partiamo già malissimo insomma.

Ora che abbiamo fatto delle buone precisazioni andiamo più al sodo e vediamo cosa succederà in un caso o nell’altro. Con la riforma si avrebbe un netto taglio della rappresentanza in Parlamento, passeremmo infatti dai 630 membri della Camera, a 400; mentre per il Senato si passerebbe dagli attuali 315 senatori, a 200. Di questi, ad oggi, rispettivamente per la Camera e per il Senato, ne vengono eletti 12 e 6 dagli italiani residenti all’estero, mentre con la riforma questi verrebbero ridotti ad 8 e a 4. Inoltre, il numero dei senatori a vita, non potrà mai essere superiore a 5 (attualmente ve ne sono 6). Adesso abbiamo tutti gli strumenti per iniziare un’analisi ben fatta.

Il primo punto su cui mi preme riflettere è il seguente: togliamoci dalla testa la scusa usata da chi vuole farci approvare questa riforma che si andrebbe a risparmiare circa 60 milioni di euro l’anno, anzi come dicono loro (per far sembrare più grande il numero) 300 milioni a legislatura. Sembrano numeri interessanti, ma c’è un problema: non lo sono perché 1) la popolazione italiana essendo composta da circa 60 milioni di persone, andrebbe a risparmiare poco più di caffè all’anno, altro che taglio alla spesa pubblica; e 2) oltre che ridicola, questa scusa è priva di significato. Un parlamentare guadagna 130,000€ l’anno, circa 5000€ netti al mese più altrettanti di rimborso spese. Fino a qualche anno fa godevano anche dei vitalizi: mi sembra insensato dire che il problema è la quantità dei membri e non degli stipendi percepiti, quindi, non prendiamoci in giro su questo punto.

Secondo punto: avremmo la netta conseguenza che le decisioni politiche più importanti finiranno nelle sole mani dei partiti di maggiori dimensioni, come ad esempio l’elezione del Presidente della Repubblica (che richiede l’approvazione dei 2/3 delle Camere in seduta comune per le prime tre deliberazioni, poi maggioranza assoluta) o cambiare la costituzione, cosa che con una scarsa rappresentanza delle minoranze è decisamente più facile fare. Non solo, un ruolo chiave all’interno del Parlamento lo rivestono non sono i deputati e i senatori, ma anche le commissioni (parlamentari riuniti per analizzare una specifica materia), che con la drastica diminuzione porterebbe ad approvare questioni piuttosto tecniche non (come accade oggi) da parte di 20/25 senatori, ma solo 10/12, addirittura 6 in caso di assenze; in tal caso (anche se in condizioni estreme) basterebbero 4 persone a favore per prendere una decisione tecnica, troppo drastico.

Terzo punto: con l’attuale sistema elettorale Rosatellum abbiamo circa i 2/3 di deputati e senatori eletti con il metodo proporzionale (maggiori sono i voti, maggiori seggi ha il partito) a listini bloccati, ovvero senza la possibilità per l’elettore di inserire alcuna preferenza, in quanto queste sono già state scelte dal partito che stiamo votando. Ecco quindi che la combinazione riduzione del numero dei parlamentari e, lista bloccata, andrà a giovare ai soli candidati graditi alle segreterie dei partiti: l’opposto della “lotta alla casta”. Già ad oggi non è facile rientrare tra le prime preferenze di un partito, figuriamoci se addirittura queste si riducessero ulteriormente e, senza la possibilità di scelta per il cittadini.

Quarto punto: una tale riforma provocherebbe un rapporto tra eletto ed elettore ancora più debole: basti pensare che avremmo circa un deputato ogni 154,000 abitanti e un senatore ogni 308,000; comparati con gli altri Stati europei di simile popolazione saremmo secondi solo alla Germania (per minor numero), che però è uno Stato federale, la tutela delle minoranze è già garantita dai singoli Länder. In questo modo, le minoranze regionali e linguistiche rischiano di essere seriamente compromesse (visto che si baderà maggiormente ai centri più abitati).

 

Conclusioni: in sé per sé il taglio dei parlamentari non è una misura da sopprimere: però, se fatta in tal modo, sono veramente inesistenti i benefici per i cittadini. Sarebbe stato utile, ad esempio, affiancarla ad una riforma che includesse il federalismo: così da avere – come in Germania – sì un “basso” numero di parlamentari, ma senza compromettere le minoranze, portando con sé un grande allontanamento dall’attività politica da parte di quest’ultime. La

Ahimè, questa è l’ennesimo tentativo delle forze politiche per prendere maggiore potere: ci aveva già provato Matteo Renzi con il suo quesito referendario nel 2016, al quale gli italiani avevano detto no. La democrazia ha un prezzo, se volessimo risparmiare denaro basterebbe passare ad una dittatura, tutto nelle mani di una sola persona. Invece no. La Costituzione italiana è nata rigorosamente come antifascista per un motivo: fare in modo che il potere non vada nelle mani di poche persone. Non ho citato motivi a favore della riforma non perché sia uno schierato: bensì perché non ci sono; infondo, nemmeno loro che lo hanno proposto non sono stati in grado di andare oltre quei 60 milioni di “risparmio”, “processo di legislazione più snello” e “così non c’è il rischio di avere troppi senatori a vita”. Peccato che per loro snello significa più snello per loro, e che i senatori a vita sono più qualificati di quelli eletti.

 

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