I ricchi devono pagare più tasse?

L’Europa è il miglior luogo dove vivere al mondo. È il continente dove c’è il più alto ascensore sociale, la scuola, l’università e la sanità pubblica; i più alti standard di democrazia e di solidarietà. Eppure c’è un messaggio chiaro per chi osserva il continente da fuori: Malta, Cipro, Gibilterra, l’isola di Jersey, Liechtenstein, Svizzera, Lussemburgo, etc. Le tasse le pagano i poveracci.

Se sia una sorta di «ribellione» alle alte tasse europee – alle quali corrispondono i suddetti servizi -, o la natura umana non è chiarissimo. Anche negli Stati Uniti, dove il fisco è molto più leggero verso le imprese, possiamo osservare una simile «ribellione», visto che più di trecento delle quattrocento maggiori aziende statunitensi risiedono in paradisi fiscali – come enuncia Roberto Saviano nella prefazione del libro Di’ la verità anche se la tua voce trema.

Sempre lo scrittore asserisce che, questo è anche il risultato di un inesistente dialogo tra imprese e Stato: “le imprese potrebbero ristrutturare quartieri disagiati aprendo lì i loro uffici (oltre che assumere persone del luogo) in cambio di un beneficio fiscale”. Ma questo è, per usare un eufemismo, difficile che accada.

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Negli ultimi anni, con le grandi nascite di movimenti e partiti populisti, spicca una delle proposte agli esordi dei Gilet gialli: stipendio massimo 15,000 euro al mese. Sembra essere abbastanza chiaro che il risultato di queste «proposte» non solo non ha funzionato, ma non avrebbe funzionato. È scontato che un ricco imprenditore francese, in caso di approvazione di una simile legge, non avrebbe redistribuito la ricchezza tenendo fermo il suo stipendio a 15,000 euro al mese, ma avrebbe fatto le valige verso il Lussemburgo (e lasciato a casa le persone).

Basta trovare quindi il giusto equilibrio o la questione è più complessa? C’è una risposta univoca? Gli imprenditori “onesti” cosa ne pensano?

Negli Stati Uniti, dove il tema sembra particolarmente sentito, più volte grandi imprenditori come Bill Gates e Warren Buffett si sono dichiarati favorevoli ad un aumento delle tassazione alle grandi società (già ulteriormente abbassate dall’attuale amministrazione Trump); celebre tra l’altro l’affermazione dell’investitore “pago meno tasse della mia segretaria”. Sul tema, Buffet e Gates, sembrano puntare quindi sul generale aumento delle imposte; ma con che sicurezza quegli imprenditori da loro richiamati pagheranno poi le tasse più alte? Non risiedevano già in paradisi fiscali? Sembra esserci più un richiamo all’eticità (verso quegli imprenditori fuori dalla lista delle quattrocento più grandi aziende statuniensi) piuttosto che verso “super-ricchi”.

 

Chi sono i ricchi?

Analizzando per un attimo il caso dell’Italia, dove, secondo la rivista Forbes, sono presenti 35 miliardari e 30 mila persone con un reddito superiore a 300 mila euro l’anno: è evidente che tassare “i ricchi” non porterebbe ad un aumento rilevante del gettito – visto che sarebbero tassate 30 mila persone su 60 milioni di abitanti. Per dimostrarlo facciamo un semplice calcolo, immaginiamo che quelle 30 mila persone guadagnino tutte 500 mila euro all’anno (per arrotondare), e che decidano di donare tutti il loro guadagni: 60 milioni diviso 30 mila fa duemila (quindi una persona su duemila guadagna queste cifre); ora se una persona tra queste decidesse di donare 500 mila euro alle restanti millenovecento, a queste persone arriverebbero, al mese, ben … 20 euro (da tassare).

Se invece per «ricchi» dovessimo considerare anche le persone che guadagnano più di 100,000 euro l’anno, la situazione è differente: in tal caso sarebbero ben 400 mila gli individui. C’è però un ma: va tenuto presente che molte delle persone all’interno di questi redditi occupano posizioni dirigenziali all’interno di multinazionali, importanti studi legali, etc; con la conseguenza che, essendo personale altamente qualificato non titolare direttamente di un’impresa, potrebbero facilemente decidere di emigrare in un’altro paese, lasciando così il punto irrisolto.

Sempre secondo l’articolo del post, l’Italia si posiziona al quarto posto nel mondo sia per le imposte ai redditi superiori a 300 mila euro che per quelli superiori a 100,000 euro, rispettivamente con un’aliquota del 51,4% (l’Austria è prima con un’imposta al 55,8%) e 45,6%. Molti paesi si trovano già sul filo del rasoio e la politica di alcuni di questi non può muoversi troppo. In Europa poi non mancano le contraddizioni: ci sono paesi come l’Olanda, la Svezia, il Lussemburgo o l’Irlanda, dove in percentuale, paga più tasse la classe media o benestante piuttosto che le grandi multinazionali; tanto che colossi come Google, Apple o Amazon, hanno inserito la loro sede fiscale proprio lì (ma di questo in europa si parla già da tanto).

Jeff Bezos, fondatore di Amazon (wiki)

Il tema della redistribuzione della ricchezza – premesso che trasferire capitali in paradisi fiscali non è illegale – a chi è destinato ad essere a carico?

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