Chi sono i line-standers?

Negli Stati Uniti da diversi anni si sta diffondendo una pratica che sembra riscuotere sempre più «successo» tra le persone facoltose: pagare per saltare la fila.

Come funziona esattamente? Mettiamo il caso che vogliate l’ultimo modello di iPhone, ma che non siate disposti a praticare le «famose» giornate in tenda fuori dal negozio; basterà quindi pagare qualcuno perché lo faccia al posto vostro.

Sono stati denominati line-standers: nella maggior parte dei casi sono pensionati, fattorini o senza tetto e guadagnano dai 10 ai 20 dollari l’ora per fare la fila al posto vostro. Se state pensando che il fenomeno sia limitato ad accordi «sotto banco» tra domanda e offerta, be’, allora vi sbagliate: LineStanding.com si definisce come “azienda leader nel settore” per il Congresso americano.

Quando le commissioni del Congresso si riuniscono per discutere sui più svariati settori, ci sono dei posti riservati alla stampa, e dei posti riservati al «pubblico». La maggior parte di quest’ultimi, vengono presi di mira da lobbisti, avvocati o manager di grandi società statunitensi, pronti a discutere, tra una seduta e l’altra, degli svolgimenti legislativi circa il proprio settore. I line-standers aspettano quindi in fila e, una volta entrati al Congresso, cedono il loro posto e ricevono la paga prestabilita. Visto il salario di un lobbista, che si aggira in media tra i 40 e i 60 dollari l’ora, le aziende traggono un netto risparmio ingaggiando un servizio di line-standing, arrivando a risparmiare migliaia di dollari a seduta.

Le attese per queste persone possono durare anche 72 ore; il The Washington Post non ha tardato a definirla un’attività “umiliante”, mentre il Los Angels Times, ricordando il problema della sempre più bassa affluenza alle elezioni nel paese, l’ha menzionata come “un duro promemoria di quanto siano diventati lontani i cittadini di tutti i giorni dal processo politico”.

 

COSA NE PENSANO I LINE-STANDERS?

I line-standers sono «felici» di potersi guadagnare da vivere e percepire uno stipendio “sopra la paga minima oraria”. A molti di loro, come riporta CNBC, è stato chiesto di non rivelare per chi lavorano; un intervistato, si è limitato semplicemente a dire che “ne vale la pena per il tempo che stiamo seduti qui”.

Alcuni politici, come la senatrice del partito democratico del Missuri, Claire McCaskill, ha tentato più volte – senza riuscirci –  di vietare questo business, “l’idea che gruppi portatori di interessi particolari possano comprare posti alle udienze del Congresso mi offende”. Diverse persone hanno inoltre fatto notare come questa pratica potrebbe solo nel breve periodo redistribuire la ricchezza: nel lungo, le aziende potranno sempre più risparmiare, accrescendo esponenzialmente i loro guadagni e aumentando ulteriormente il divario tra ricchi e poveri, tema già molto sentito oltreoceano.

Questa pratica ha raggiunto presto anche la Corte Suprema, rendendo di fatto impossibile per i comuni cittadini assistere alle audizioni. Michael J. Sandel, politologo ad Harvard e autore del libro Quello che i soldi non possono comprare, ha rivelato la sua preoccupazione a dei giornalisti del New York Times: “consentire a queste società di vendere posti a sedere alla Corte Suprema significa lasciare che il denaro domini la democrazia; è in contrasto con la parità di accesso e mina la dignità dell’istituzione”.

La rabbia di molte persone contro questo “business” è scatenata dal fatto che i posti assegnati al pubblico, dovrebbero essere riservati anche a chi non ha la disponibilità economica per accedervi, degradando, di fatto, il segnificato di Repubblica (per l’appunto “cosa pubblica”).

Aspettando fuori dalla Corte Suprema, Washington, D.C.

Sempre secondo il professor Sandel, un tale comportamento «corrompe» l’esperienza –  istituzioni o “Super Bowl” che sia –  e fa confondere la disponibilità a pagare con il desiderio di partecipare. Allo stadio siamo abituati a vedere i tifosi più “affezionati” sedere in curva, mentre in tribuna siedono i “meno euforici”: siamo proprio sicuri che il loro desiderio di partecipare sia maggiore dei ragazzi ultras? Forse, continua il professore, dovremmo rivedere le regole del libero mercato.

 

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